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Fan Fiction : "BH" (spoiler)


Autore : Spirin


- Capitolo DUE -


Il mattino mi baciò con la sua luce tenue ed offuscata. Le coltri si addensavano placide sotto il blu cobalto del cielo.

Mi voltai, accanto al mio cuscino c’era lui con gli occhi chiusi. Sembrava addormentato, avrei quasi creduto all’illusione se non avessi saputo che questo non era possibile.

“Cosa pensi?” Chiesi.

Si voltò, si avvicinò come per darmi un bacio, ma quando fu vicino mi morse malizioso il labbro, e rise. “Un’altra volta.” Sospirò.

Avevo perfettamente capito a cosa si riferisse. Avrebbe frequentato ancora una volta la facoltà di medicina. Carlisle l’aveva pregato. Era sempre più difficile rimanere al passo con i tempi. Non era più come secoli, o anche solo decenni prima. Quando le conoscenze mutavano solo con il mutare delle concezioni esperibili. Ora i grandi sistemi calcolavano su modelli matematici sofisticatissimi, trovando cure, manipolando genomi, ed operando con tecniche innovative. Era suo destino, ripetere quella facoltà all’infinito. L’unica consolazione rispetto alla scuola superiore era che, a parte le basi teoriche, lì c’era sempre qualcosa da imparare.

Si alzò dal letto, non potevo fare a meno di ammirare la perfezione di quel corpo. Le fattezze armoniche sfidavano la misura aurea, il candore perfetto declinava in tonalità alabastro.

Si voltò e mi sorrise, e il fiato mi morì in gola.

“Andiamo mia Bella, o farai tardi.” Negli occhi un lampo. “ Ci aspettano di fuori, e Jasper non si tiene più dal ridere. Pensa che tu stramazzerai al suolo. Vuole preparare un’iperbarica….se solo servisse!”

Non ne ero in grado e lo sapevo, ma nell’animo stavo arrossendo d’imbarazzo: ero in fiamme!

La risata al di là della porta mi colpì come un pugno in faccia: “Jasper piantala” urlai indignata “non sta bene impicciarsi delle emozioni altrui!”

“Non è colpa mia.” Sebbene avesse appena sussurrato, la frase giunse chiara alle mie orecchie.

Mi precipitai sul ballatoio, finendo d’infilarmi la maglietta sui jeans con una mano e tenendo con l’altra le scarpe.

Alice e Jazz ci aspettavano, vestiti di tutto punto, perfetti nella loro eleganza sobria, discreta, ma irresistibile.

Persino Edward aveva un aspetto eccelso, nonostante un secondo prima fosse nudo nel nostro letto.

Sperai profondamente che il dono dell’eleganza fosse passato anche a me, insieme con il veleno di Edward.

Presi la sacca che mi porgeva, e incerta se perdonarli o tenere il broncio infilai il lungo corridoio che portava all’ascensore.

Alice avanzava flessuosa ed argentina al mio fianco, ed ogni tanto mi lanciava sguardi di volta in volta contriti o divertiti.

Non seppi resistere a lungo, e una volta saliti sulla Volvo metallizzata, sospirai ed interruppi lo sciopero del silenzio. “Allora Alice,” chiesi “come andrà?”.

“Per quel che ne so, molto bene.” Rispose di buon umore. “Sei forte e determinata, e non vedo minacce nel tuo immediato futuro. Tuttavia ritirerei le azioni petrolifere dal mercato: oggi subiranno un netto ribasso!”.

“A volte Alice, mi chiedo come mai tu scelga la facoltà d’arte e non quella di economia.”

“Questione d’attitudine.” E nel rispondere guardò prima il suo abbigliamento e poi il mio, e sorrise dolcemente.

L’arrivo al campus fu scioccante. Non avevo mai visto un complesso del genere. Non era certo paragonabile alla piccola ed insignificante scuola di Forks, che pure era stata teatro delle mie più profonde emozioni, ma nemmeno alla più frequentata scuola di Phoenix.

Si stendeva per chilometri. Una piccola città, con i suoi edifici in pietra, e le aiuole, e il campo da Rugby. Tutto in dimensioni giganti. Non c’era che dire, quel College era nato per stupire.

Jazz manteneva un riguardoso silenzio. Forse per non manipolare la mia meraviglia, e lasciarmi godere di questa sensazione quasi umana. O forse perché era ancora contrito per quanto accaduto pochi minuti prima.

Alice monitorava gli eventi persa in uno spazio impalpabile ed irreale. Edward mi accompagnava cingendomi la vita.

Nell’immenso parcheggio dove avevamo trovato posto, la nostra macchina era una delle più anonime.

Spiccavano Porche e Mercedes, non avrebbe sfigurato la Vanquish di Edward. Lasciata nel garage di casa Cullen, alle amorevoli cure di Rose. Ma Edward in questo era irremovibile, mantenere il più possibile un profilo basso era indispensabile. E tutti, o quasi, eravamo d’accordo. Solo Alice, a volte sospirava al pensiero della sua bella 911 gialla lasciata lì da sola, a chilometri di distanza a prendere polvere.

Mentre attraversavamo le stradine ben delineate dai marciapiedi corredati da aiuole, Edward mi spiegava con scrupolo, la funzione e la storia degli edifici che incontravamo. Li conosceva bene, molti erano venuti su sotto i suoi occhi.

Era strano pensare a quante volte in tutti quegli anni, prima ancora che io nascessi, prima ancora che nascessero i miei, lui aveva già calcato quelle strade, calciato quei sassi.

Qualcosa di simile ad un brivido, ad una sensazione di pericolo mi attraversò.

Ma come una nube nel cielo terso di un pomeriggio estivo, transitò su di me senza lasciare traccia.

Eravamo nel corpo principale del campus. L’edificio che accoglieva le lezioni. Entrai nella stanza che sulla mappa era indicata come l’aula di letteratura.

Non sembrava nemmeno un’aula. Ogni posto era fornito di un computer con uno schermo piatto che trovava degna collocazione sopra il banco. Le file di banchi bianchi erano vuote, potevo scegliere e mi misi a sedere di fronte la cattedra. Sicura che difficilmente quello sarebbe stato un posto ambito dagli studenti del primo anno.

Sembrava infatti che al primo anno vigesse l’usanza di darsi alla vita notturna.

Proprio quello che desideravo. Pensai ridendo.

Misi mano alla mia sacca e ne prelevai il notes e la penna, cominciando a scarabocchiare cerchi concentrici.

Era un’attività che avevo sempre prediletto. Mi aiutava a mantenere la calma in momenti di attesa come questi.

Avevo quasi deciso di prendere i racconti di McPherson oggetto di studio del corso. Il bardo celtico.

Non era certo tra i miei preferiti, ma nulla mi avrebbe potuta fermare, men che meno un barboso libro..

Oh, quanto sbagliavo. Non fu il libro a precipitarmi nell’abisso che mi attendeva a braccia aperte, ma l’essere che mi sedette accanto.

Non ebbi il tempo di guardarlo a fondo, non me lo permisi. Tutto in me gridava fuoco. Lo sentivo nelle vene nella morsa dello stomaco, nel profondo del mio essere. Il desiderio pulsante che non sarebbe stato placato se non dall’atto impuro il cui desiderio mi prendeva.

Gridava desiderio il mio corpo, gridava brama e voglia d’avere quell’essere così conturbante che aveva toccato così nell’intimo.

Oh dei! Pensai Devo averlo, ad ogni costo. Devo prenderlo qui ora subito. E se solo per un attimo, anche solo per un istante potessi pervadermi di quest’essere, e colmare questo vuoto immondo... Che male ci sarebbe se mi prendessi questo piacere. Ho bisogno di lui, del suo sangue, della sua anima!

I minuti si dilatavano strappandosi. Il tempo si contorceva nelle mie viscere, il desiderio profondo che diventa quasi necessità di vita, il piacere che quel sottile dolore preannunciava. Il possesso che il morso mi avrebbe dato di quel corpo pulsante di calda vita accanto al mio. Non avevo mai apprezzato tanto la vita come ora.

In quel momento apparve Alice accanto a me, mi prese e mi portò via. Ebbi solo un momento per guardare lo sconosciuto accanto a me, e nei suoi occhi potevo scorgere una sfumatura incerta di sgomento ed ammirazione. Ed uno specchio riflesso della mia bramosia.

No, non della mia, la mia era miliardi di volte più intensa.

Precipitai in un baratro senza fondo. Il desiderio si tramutò in colpa, la colpa in vergogna.

Non ero meglio di Jasper, di cui pure mi ero ritenuta così superiore, ero stata sul punto anch’io di uccidere, e se non l’avevo fatto non era per merito mio, ma per l’intervento tempestivo di Alice.

Come ero incappata nel primo umano sconosciuto, che fosse nel mio raggio d’azione, eccomi cedere all’istintiva natura di neonata.

Cosa avrebbe pensato di me Edward?

Questo pensiero mi colse e i fulminò decretando l’inizio di una profonda angoscia.