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Fan Fiction : "BH" (spoiler)


Autore : Spirin


- Capitolo QUATTRO -


(Parte Prima)


Quella non fu una notte d’amore.
Edward mi tenne stretta a sé, cullandomi come aveva fatto tante volte prima che varcassi la soglia dell’immortalità.
Restammo così, fermi ad ascoltare la notte, i suoi rumori, i nostri respiri.
I minuti scorrevano pigri, ma quando l’allodola ci riscosse potemmo osservare levarsi troppo presto un nuovo sole.
Un sole malato, pallido come i nostri corpi abbandonati.
A fatica mi staccai da lui. Dalla sensazione del suo fianco accanto, delle sue dita intrecciate alle mie.
La mia pelle che ancora bruciava sotto il suo tocco levò una netta protesta, e all’improvviso gelò.
Lenta scivolai verso il bagno.
Era singolare come certe abitudini umane fossero divenute obsolete, il mangiare, il dormire, l’ansia del giorno dopo che lento ed inevitabile sgretola le esistenze gettandole nel vortice della vecchiaia.
Ed era quasi banale pensare che certi bisogni invece restavano immutati: il desiderio, l’amore, il cambiarsi d’abito,
oppure una semplice doccia.
Ero lì, nel box, lasciavo che l’acqua fresca mi riscaldasse la pelle, quasi ricreando l’illusione del corpo di Edward accanto al mio. Mi crogiolai, abbandonandomi alla sensazione che quell’atto recava in sé, il calore, il lieve tamburellare dell’acqua, la pelle liscia e scivolosa. Lavai i capelli, un atto semplice che anch’io, nonostante la mia condizione semidivina, ero costretta a fare per allontanare da me la polvere che birichina giocava a rimpiattino fra le chiome.
Fermai il respiro per un po’ alzando la testa verso il getto, lasciando che le gocce mi baciassero la bocca.
Cercavo conforto nell’acqua, cercavo il mio coraggio.
Sapere che cosa mi aspettava, quello che avrei dovuto fare, era tutt’altra cosa che farlo davvero.
E ricordavo ancora.
Un’altra situazione, altre gocce a lambirmi il corpo, un’altra decisione.
Mai due atti così simili potevano mostrare più nette differenze.
Ero innamorata allora, e la mia scelta era poco meno di un obbligo: me lo imponeva il cuore.
Ed ero umana, rischiavo la mia vita e niente più.
L’amore aveva lanciato i suoi dadi fortunati. Che cosa avrebbe potuto ora trattenere il bisogno?
Sarebbe stata sufficiente la compassione, l’amicizia, l’affetto sincero?
L’amore non sarebbe mai più nato, perché per me l’amore c’era già.

Guardandomi allo specchio, fissai la donna di rimando, ne rimanevo ancora affascinata, a volte un po’ turbata, la parte umana che avevo conservato, legata ai miei ricordi a stento trattenuti, si ritraeva ancora di fronte a quegli occhi stranieri, occhi di gatto.
Mi ci stavo abituando, ma l’ambra liquida screziata di pece, insinuava nel mio inconscio un dubbio sulla mia reale identità.
Ero davvero io? Ed io chi ero?

Edward bussò lieve alla porta, aprii, come se fossi in trance.
Si accorse del mio umore e protestò
“Non devi sai, non siamo obbligati!”
“Lo sono io.” Risposi “Non posso ritirarmi dalla lotta, non posso non placare le paure in fondo al cuore.
Dimmi Edward, dove potrei andare? Dove? Sulla luna, magari, magari no, in fondo l’uomo è andato anche lassù!”
E continuai “Dovunque ci sia un altro essere umano, io sono condannata alla tortura, e va affrontata. Mi libererò del male, imparerò a controllare tutte le emozioni. Diventerò l’adulto. L’adulto che gestisce i desideri, che sa bloccare il potenziale divenire degli eventi. Ma, amore mio, per farlo devo andare.”
E lo lasciai così, guardavo il suo riflesso nello specchio, un uomo che prestava il volto all’uscio, dov’ero io immobilizzata. Guardavo nel suo sguardo l’ammirazione, la profonda e divina adorazione.
L’avevo colpito nel profondo, l’avevo, ancora una volta, fatto innamorare di me.
La storia della nostra eterna unione, amarsi di un amore senza fine, che si rinnova il giorno e che di sera giace di passione.

Era ancora presto quando uscimmo dall’appartamento.
Alice e Jasper ci attendevano come orami di consueto sul ballatoio dell’attico.
I loro sguardi fissi su di me, Jazz fremeva, potevo sentirlo. Sentivo che tutta questa sfida lo spaventava. Non c’era bisogno di poteri per intuirlo. Sentiva il mio bisogno, e il mio bisogno diventava il suo. La difficoltà che aveva nel controllarsi non gli giovava. Capii che per quel giorno avrei dovuto fare da sola.
Alice mi sorrise incoraggiante. Non avevo fiato per parlare, il groppo in gola, l’ansia scalpitava a mille.
Tremando giunsi fino alla Volvo, salii ricordando ogni particolare della mia fuga il giorno prima, l’angoscia e il profondo desiderio d’annullarmi con la tappezzeria. Ma ero ancora lì.

Il viaggio fu breve.
Spesso non ci rendiamo conto quanto si restringa il tempo quando vorremmo che durasse un po’ di più. Quando non siamo pronti ad affrontare noi stessi, e i nostri esami.
Ma oggi era il mio turno, e pronta o no dovevo andare avanti.
Lasciai che la mia famiglia procedesse tranquilla, nei lenti e lievi passi nessuno avrebbe mai intuito alcun tormento. Saremmo sembrati a tutti angeli leggeri. Poi ci separammo, ognuno alla sua aula, ognuno al suo destino.

Il mio destino era lì, che m’aspettava già. Aveva i lineamenti decisi, ma ancora un po’ infantili, d’un ragazzo che non è più bambino e non è uomo. Il viso liscio, le guance rasate, i capelli corti appena sulle orecchie, lo sguardo nero profondo di chi capisce il mondo e non sa nulla. Di chi, confuso, si lascia ancora troppo facilmente ammaliare. E quei suoi occhi acuti così profondi e sinceri erano ammaliati da ogni mia movenza.
Mi avvicinai, e lo guardai di sbieco, ma non sorrisi, non l’avrei fatto mai. Non volevo che pensasse a me come ad una preda, come qualcuno da poter avere. Non era lecito che mi pensasse con gli occhi di un uomo.
“Ciao!” Lo salutai. “Io sono Bella, tu chi sei?”
“Etienne.” Rispose sfoderando il suo miglior sorriso, pallido lampo del sole che emanava il mio Edward.
Non respiravo il suo profumo rosso.
“Etienne, nome curioso!” Constatai.
“E come mai?” chiesi a questo punto forse un po’ curiosa.
“Lo so, è francese!” Pensai che forse aveva origini Europee e glielo chiesi, ma lui negò.
“Se non sei un francese, perché porti quel nome?” La mia curiosità orami galoppava, e tutti quei discorsi sull’impersonalità giacevano nel vuoto del passato.
Trassi un respiro, e il corpo ebbe un lamento, alzai lo scudo sperando in un appiglio, non arrivò, dovevo controllarmi. E poi giunse il pensiero del mio discorso ad Edward stamattina, echi sommessi tornarono a trovarmi, e mi aggrappai a loro impedendo al desiderio d’attecchire. Controllati,[/i]pensai, non sta bene che tu provi emozioni per quest’uomo.[/i]
E funzionò: forse, d’altra parte, ero ancora la donna potente che aveva saltato tutte le sue tappe ed il tremendo passaggio da neonata.
Sarebbe davvero bastato poco, un po’ di conoscenza e molta indifferenza?
Non resistetti e volli riprovare e respirai di nuovo, e fu ancora bruciore.
Ancora controllo, pensai, in pochi giorni mi potrei abituare e in poco tempo provare solamente indifferenza.
Allora mi sforzai di ricominciare.
Lo guardai interrogativa.
“E’una storia strana.” Titubò.
“Uh…” Gli risposi “Ci sono abituata ai fatti strani, ai racconti del terrore.” E non riuscii a trattenere più il sorriso.
La bocca d’Etienne si spalanco. M’inalberai e gli chiesi
“Cosa c’è?”
“Niente!” Rispose secco. Mi accorsi che aveva perduto un battito. Oh delizioso battito. Ma ancora riuscivo a contrastare il desiderio.
E lui intuendo tutta la mia tensione, senza però comprendere il motivo reale di quell’atmosfera così satura di brama che quasi vira all’eros, precipitosamente aggiunse.
“Non è legato a strie di terrore, è una storia d’amore.” E poi.
“Credi nell’amore eterno che tutto può e che spezza le catene?”
Questa domanda mi fece compassione: un’anima pura. Ecco cos’era l’uomo privo di malizia.
“Ne ho una vaga idea” Risposi sibillina, accennando appena ad un sorriso, che l’ammaliò turbandolo nel profondo.