Menu principale

  • Home
  • News
  • Il Team
  • Sondaggi!
  • Forum

I Libri

  • Twilight
    • FAQ di S.Meyer
  • New Moon
    • FAQ di S.Meyer
  • Eclipse
    • FAQ di S.Meyer
  • Breaking Dawn
  • Stephenie Meyer
  • Luca Fusari, il traduttore
  • La Guida Ufficiale di Twilight
  • Il caso Midnight Sun
  • Personaggi
    • Genealogia dei Cullen
  • Il fantastico mondo di Forks

I Film

  • Twilight
    • La nascita
    • La regia
    • Cast artistico
      • Il doppiaggio
    • Backstage
      • La casa dei Cullen
    • Colonna Sonora
    • Release Date
      • Twilight - Il DVD
  • New Moon
    • News pre-produzione
    • La Volterra di New Moon

Multimedia

  • Video
  • I Wallpaper di TwilightItalia
  • Gallery di Twilight
    • I Protagonisti
    • Twilight Backstage
    • Twilight Premiere
    • Robert Pattinson
    • Kristen Stewart
    • Taylor Lautner
    • Peter Facinelli
    • Elizabeth Reaser
    • Ashley Greene
    • Jacksone Rathbone
    • Nikki Reed
    • Kellan Lutz
    • Vanity Fair Photoshoot
    • Instyle Photoshoot
    • Tokyo Press Conference
    • Cast Portrait Roma
    • Teen Vogue Backstage
    • Teen Vogue Cast Photo
    • Vman Magazine
    • Robert Pattinson for GQ

E inoltre...

  • Gadget
  • Curiosità
  • Fan Fiction
  • I Vampiri
  • Links
  • Mappa del sito

Fan Fiction : "BH" (spoiler)


Autore : Spirin


-Capitolo CINQUE -

 


Avevo già perso due giorni di lezione.

Quanto mi ci sarebbe voluto perché potessi tornare ad una parvenza di routine?

Sapevo che il problema non era soltanto la mia condizione di neonata. D’altra parte altri esseri umani non avevano scatenato quella reazione in me.

Nulla aveva potuto J. Jenks, che pure mi aveva intrattenuta nel suo studio. E neppure il suo collaboratore, pronto a filtrargli gli affari illeciti.

Così come ogni persona io abbia incontrato dalla mia nascita come vampira fin qui.

Solo lui. Solo lui mi risultava così soffice e fragrante al gusto, come una brioche appena sfornata.

Mi metteva l’acquolina!

Stringevo la mano di Edward che mi teneva compagnia. Non eravamo tornati a casa oggi. Mi sentivo un po’ più forte, forse anche perché ero stata in grado di parlare al ragazzo senza fargli del male. Ma non potevo illudermi. Un’ora intera accanto a lui non era ancora una cosa pensabile per me.

Avevamo deciso di lasciar trascorrere quell’ora. Avrei frequentato la lezione successiva.

Il campo da rugby, era desolato. E il silenzio ci abbracciava stanco.

Lui non parlava, sapevo che intuiva.

Sapevo che oramai l’assenza di pensieri fra noi due era stata superata dalla confidenza, dall’appartenenza.

Il silenzio era solo una mancanza d’espressione.

Non fui stupita perciò quando bruciando i miei pensieri prima che potessi formularli rispose:

“E’ quello che sei stata tu per me: il tuo cantante!”

L’avevo intuito. Non volevo darmi quella spiegazione, ma dentro di me anch’io lo credevo. Un brivido mi attraversò.

Sapevo che sorte avevano i cantanti. Cosa era accaduto ad Emmet, e quanto anch’io fossi stata vicina alla fine inevitabile.

Non volevo pensarci. Avrei trovato anch’io un’alternativa.

Ero consapevole del fatto che non avrei avuto nessun sentimento d’amore a bloccarmi, come invece era accaduto ad Edward. E che i miei istinti erano ancora tutt’altro che semplici da controllare.

Ma in un modo o nell’altro, giurai a me stessa, ci sarei riuscita.

Provai a sdrammatizzare:

“Allora dovrò cercarlo su youtube!”

Edward sorrise, e scompigliandomi i capelli mi disse

“Andiamo scimmietta, o perderai anche la prossima lezione.”

Ci incamminammo nel campus che ora appariva affollato.

Il bruciore non era più intenso del solito. Perfettamente controllabile. I profumati esseri che mi circondavano non riuscivano ad inebriare i miei sensi. Li sfioravo mentre camminavo nell’affollato corridoio, sentivo il calore di quei corpi, il sudato scivolare delle loro essenze, l’umido respiro che saturava l’aria.

Ogni tanto un profumo mi appariva più pungente, altre volte più dolce o piccante, ma nessuno di loro riusciva a sconvolgermi la mente.

Giunsi in una nuova aula, meno appariscente dell’ultima che avevo visitato. Era permeata da un alone quasi antico. Come mi aveva spiegato Edward faceva parte del vecchio corpo dell’edificio. Presi posto accanto ad una giovane ragazza tutta lentiggini, che mi salutò con un sorriso cordiale, trasmettendomi un’ondata di buonumore e simpatia.

Mi aggrappai a quel sorriso, come fosse la mia ancora di salvezza in questa giornata buia.

“Ciao,” le dissi “sono Bella Cullen”.

Avevo cominciato ad usare solo il nome da sposata, per evitare di dover aggiungere ulteriori informazioni sulla mia condizione. Infondo quella era sempre stata la linea della famiglia, e, a parte Forks, dove tutti mi conoscevano, avevamo deciso di mantenere lo stile Cullen in tutti gli altri luoghi che avremmo visitato durante le nostre esistenze.

La ragazza sgranò due immensi occhi turchesi e disse “Sei la sorella di Edward?”

E senza attendere alcuna spiegazione da parte mia aggiunse. “Non credo di aver mai visto niente di più bello in tutta la mia vita, credimi ieri stavo per svenire quando l’ho visto a lezione. Peccato sia rimasto poco è dovuto andar via subito. Tu sai perché? Mio Dio com’è bello, è spettacolare. Non è ancora arrivato al campus che già tutte parlano di lui. Ho un’amica allo smistamento matricole che mi ha detto tutto di lui, quanti anni ha, dove abita e il suo nome. Non credi che abbia un nome fantastico? Spero di poterlo invitare da me una sera o l’altra. Mi parli un po’ di lui?”

Rimasi sconvolta dalla capacità polmonare della ragazza.

Aveva pronunciato tutto quel discorso costellato di domande senza mai riprendere fiato. Di sicuro doveva far parte della squadra di sub.

Sorrisi, e mi affrettai a correggere il suo errore di valutazione.

“No, purtroppo non sono sua sorella”, e aggiunsi quasi ridendo “sono sua moglie.”

La ragazza sbiancò, poi una ad una le gocce del suo sangue risalirono la corrente come salmoni impazziti e si diedero appuntamento sulle guance.

Non avevo mai visto una simile tonalità scarlatta. Decisamente quel colore le donava.

“ Oh! P-p-p-perdonami!” Balbettò incerta.

“Non preoccuparti non potevi saperlo. E poi ci sono abituata, infondo sono consapevole della sua bellezza atroce!”

Il colore cominciò a sfumare con mia somma disdetta, ed il sangue defluì lento ad irrorare di nuovo i suoi organi vitali. Anche il cuore smise di pulsare con indecente rumore. A poco a poco, tornò alla normalità.

Le diedi qualche minuto per riprendersi, la testa bassa, lo sguardo perso nell’imbarazzo.

Poi, per rompere il ghiaccio che sottile si stava formando fra di noi, decisi di rivolgerle la parola.

“Allora, tu come ti chiami?”

Lei alzò di scatto il capo e mi guardò con un misto di speranza e gratitudine.

“Non sei arrabbiata con me?” Sembrava stupita.

“Certo che no, anzi, direi che mi sei simpatica”. Ed era vero.

L’argento della sua vita che sgorgava come acqua zampillante e fresca dalla rumorosa fonte, era ciò che mi mancava, quello di cui avevo bisogno per distrarmi dalle altre mie più cupe necessità.

“Mi chiamo Willelmina Stitchin! Will per gli amici!”

“Will, un nome da uomo.” Constatai.

“Beh, d’altra parte non è che io sia proprio femminile.” Aggiunse ridendo.

E poi a scanso d’equivoci si tuffò in un altro dei suoi discorsi anaerobici.

“Non è che non mi piacciano gli uomini eh! Lo avrai intuito, mi piacciono e molto, solo che non sono proprio una cheerleader! Anzi direi che oltre ad Edward, scusa”, mormorò imbarazzata per poi riprendere il discorso in minor tempo di quanto io impiegassi a battere un ciglio “avevo adocchiato già un altro bel ragazzo, un biondino bello e dannato, un figo da paura. Non come Edward eh, ma incredibilmente bello pure lui. Mi ha detto al mia amica che si chiama Jasper. A mensa te lo farò vedere.”

“Non serve”, dissi questa volta ridendo di gusto, “è il marito di mia cognata!”

Sapevo di averla affondata, ma mi stavo troppo divertendo. Non accadeva da così tanto tempo che non volevo rinunciare a questa preziosa sensazione umana.

Lei sprofondò.

Se il tuffo del suo cuore avesse avuto un suono sarebbe stato quello di un meteorite impattato.

“ Ma com’è”, mormorò mesta “che non ne azzecco una!”

“Non ti preoccupare,” dissi ”è colpa mia! Sapevo che ti avrei messo in imbarazzo, ma mi stavo troppo divertendo. Mi perdoni?”

“Perdonarti io? Ma tu non hai fatto nulla. Sono io che non sto zitta un attimo e precipito in gaffe paurose.”

“Ti prego”, la rassicurai “Continua a non star zitta, perché mi piace troppo!”

Mi guardò e vide che ridevo. Cominciò a ridere insieme a me. Era nata una strana amicizia.

La lezione corse via tranquilla e terminò. Salutai la mia nuova compagna dandole appuntamento per il giorno successivo, e raggiunsi quasi felice Alice e Jasper nel cortile. Poco dopo arrivò anche Edward.

Eravamo distesi sul prato. Io con i libri in mano e poca voglia i studiare. Jazz seduto sotto un olmo veniva battuto da Edward in una partita a scacchi che avevano intrapreso su una scacchiera portatile. Alice, accanto a me, sorrideva fra sé pensando al resoconto che le avevo fatto poco prima, a proposito di quell’ultima ora, e intanto schizzava su un album dei modelli, in attesa che un’altra ora trascorresse. Era un’immagine idilliaca. Sembrava quasi un picnic improvvisato. Quando un lampo tagliò il prato.

Un’ombra impercettibile, eppure familiare. Qualcosa si muoveva come solo noi sapevamo fare. Qualcosa d’invisibile agli occhi umani, ma che a me sembrò pericolosamente nota.

Jasper ed Edward furono in un attimo al nostro fianco. Tesi nella posizione di agguato, pronti in difesa.

E poi lui si voltò verso me, mi prese la mano, e sibilò gelato “Jane”

Avevo visto bene.